giovedì 24 luglio 2008
(c) Uguali e Diversi ONLUS
Home arrow Documenti arrow Tra uguaglianza e diversità
Tra uguaglianza e diversità Print E-mail
Vittorio Caracciolo (liberamente tratto da uno scritto di Milena Petters Melo)

Nessuna epoca storica occidentale ha vissuto la questione dell’uguaglianza con la stessa drammaticità dell’epoca contemporanea che, non a caso, l’ha individuata tra le sue mete ideali più qualificanti. Soprattutto dalla seconda metà del 900, la modernità occidentale ha vissuto una permanente dialettica tra il riconoscimento del diritto all’uguaglianza e il riconoscimento del diritto alla diversità.
Il diritto di essere contemporaneamente uguali e diversi è in sintesi uno dei tratti peculiari della civiltà occidentale europea rispetto ad ogni altra civiltà, e si esprime oggi in termini particolarmente drammatici a livello delle relazioni tra nazioni, etnie, culture, siano esse iscritte in un solo Stato, in Stati confinanti, in "blocchi" economico-politici o in sistemi culturali eterogenei (si pensi alle distinzioni tra paesi industriali, non industriali, paesi sviluppati, sotto sviluppati, sistemi di mercato, sistemi pianificati, mondo occidentale, mondo islamico, ecc).
La fine del periodo coloniale, la frantumazione del sistema sovietico, la ristrutturazione delle nazioni a lungo oppresse, la globalizzazione che non favorisce lo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo, i flussi migratori dal Sud al Nord, dall’Est all’Ovest sono alcuni dei segnali tangibili della trasformazione socio-culturale in atto.
Il diritto all’uguaglianza tra gli uomini e all’uguaglianza nella diversità è un principio che caratterizza sempre più la società multiculturale. Infatti, tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo hanno posto sempre l’uguaglianza tra i diritti fondamentali della persona umana.
Tale diritto però pone alcuni problemi: la natura stessa infatti crea gravi disuguaglianze tra gli uomini fin dalla loro nascita, in materia di salute, d’intelligenza, di caratteristiche peculiari e talenti diversi.
Nell’esordio della Dichiarazione Universale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del 1948 vi è in primo luogo la dignità umana che distingue gli uomini dagli altri esseri, per il loro pensiero razionale, la libertà, la personalità che ne fanno un soggetto di diritti e gli conferiscono una inviolabilità fondamentale ed una uguaglianza sostanziale con tutti i loro simili; e vi è la dimensione sociale dell’uomo, che può vivere, svilupparsi e accedere ai propri diritti solo tramite la vita sociale, come garanzia del rispetto dell’uguale dignità di ciascuno.

Le frontiere della disuguaglianza
I concetti di appartenenza, e i diversi delineamenti della “identità” che ne derivano, e il rispetto delle culture in vista di una umanità fondata nel rispetto dei diritti di ciascuno, hanno incontrato numerosi ostacoli, collegati storicamente ai processi di socializzazione.
Oggi il confronto tra le identità nazionali, culturali, etniche, religiose, di classi sociali, ideologiche, di genere, ecc., avviene sempre più frequentemente ma in condizioni di sempre maggiori disuguaglianze: la situazione degli immigrati in Italia oggi ne costituisce un simbolo.
Il mondo dell’immigrazione è lo spazio in cui, più di ogni altro, si verificano le più grosse disuguaglianze sociali. Vi sono delle costanti che hanno caratterizzato la storia di tali disuguaglianze:
- sul piano giuridico: la discriminazione;  
- sul piano esistenziale: la precarietà;  
- sul piano occupazionale: la provvisorietà e l’incertezza;  
- sul piano sociale: la mancanza di infrastrutture;  
- sul piano politico: l’emarginazione;  
- sul piano culturale: l’involuzione e la ghettizzazione”.

In Italia, ma anche nell’Unione Europea complessivamente, il problema degli “extra-comunitari” è diventato ormai un problema all’ordine del giorno del dibattito politico e amministrativo. Attualmente circa 20 milioni di immigrati in Europa, la maggior parte proveniente dei paesi del Terzo Mondo, rappresentano un afflusso massiccio di popolazioni eterogenee per origini e cultura.
Soltanto nella città di Napoli, secondo i dati forniti dal Ufficio Immigrazione della Questura, sono stati presentate più di 30.000 richieste di permesso di soggiorno nel 2004. Tenendo conto che un considerevole contingente di immigranti permane “in nero” (consci dell’impossibilità di ricevere il permesso di soggiorno, a causa delle restrizioni imposte dalla legge Bossi-Fini) si può intravedere la dimensione del problema nella regione partenopea.
Davanti a questa realtà ci si chiede come siano accolti questi immigrati nel quotidiano ordinario e nell’immaginario collettivo degli europei. Di quali modelli dispone l’Europa per pensare i flussi immigratori, inediti quanto meno nelle attuali dimensioni, e riconoscerne le virtualità positive?
Stranamente, si sviluppano tra immigrati ed europei due miti analoghi e contrapposti: gli immigrati indicano nella nuova terra un mitico “eldorado” come rifugio e salvezza; gli europei rispondono con un altro mito che indica negli immigrati gli annunciatori della decadenza, se non della fine, della civiltà madre dell’intero occidente. Così alle speranze e alle attese degli immigranti si contrappone la risposta negatrice degli europei.

L’identità
La contrapposizione tra individui e culture, la categoria amico-nemico, nelle sue infinite variazioni, è stata la categoria portante delle culture del passato che hanno conosciuto scambi profondi, mantenendo, alle volte di più alle volte di meno, la dinamica dell’antagonismo.
La repulsione etnica fa capo alla cultura del “nemico” percepito come minaccia. La dinamica conflittuale tra etnia ed etnia ha la sua remota radice nel sentimento di repulsione dell’altro che nell’età moderna si è consolidato dando luogo al fenomeno del razzismo. Ogni individuo costruisce il senso di sé nella etnia cui appartiene e lo esprime nella repulsione dell’estraneo che, semplicemente perché diverso, gli appare appunto come una minaccia. Freud ha osservato come uno dei principali elementi di coesione dei gruppi sia l’identificazione di un nemico comune.  La spinta oscura che porta alla ripulsa dell’altro è, in tutti i casi, la paura della perdita della propria identità che, dal punto di vista psicologico, è la pietra angolare della sicurezza.

“Noi” e gli “altri”: discriminazione, integrazione, assimilazione
È possibile considerare l’uomo etnicamente diverso come un essere dotato dei nostri stessi diritti: non dunque come altro ma come identico e uguale a noi e quindi necessariamente assimilabile a noi: “Noi ti riconosciamo uomo come noi, dunque non ti resta che essere come noi siamo”.
In questa prospettiva, l’identità dominante annulla la diversità e pone così l’uguaglianza come premessa per la strategia dell’assimilazione. Il riconoscimento dell’uguale dignità si fa punto di appoggio per l’eliminazione della diversità. Eliminazione che in caso di ostinata resistenza, può diventare anche fisica: è il caso degli Indios ai quali non fu lasciata altra alternativa che la conversione o lo sterminio.
Che questa sia anche oggi la tentazione delle società europee messe alla prova dalla presenza di forti gruppi etnici, è dimostrato da una casistica particolarmente ricca: in Francia, quando le ragazze arabe indossarono lo chador durante le ore di scuola, è sorta, violenta, la reazione e l’opposizione delle autorità civili. Nella tradizione laica occidentale, per quanto illuminata, ciò che fa scandalo è che la differenza pretenda l’uguaglianza restando differenza.
La seconda soluzione dell’incontro con l’altro è quella che mira a conciliare il riconoscimento della sua dignità di uomo con il verdetto della sua inferiorità in quanto diverso: uomo sì, ma diverso e perciò inferiore: “Siamo disposti a rispettare la differenza ma solo a condizione che si riconosca la nostra superiorità”. Differenza e inferiorità e dunque disuguaglianza si equivalgono. Per questo gli Indios, divenuti cristiani, vennero ritenuti per due secoli inidonei a diventare preti: figli di Dio anche loro, ma inferiori.

Convivere con le diversità
Venti milioni di immigrati in Europa ci dicono che il fenomeno non è un fatto congiunturale: è un processo che entra nelle dinamiche di cambiamento strutturale delle società che stanno diventando sempre più multiculturali. Attualmente si possono identificare in Europa più di settanta gruppi etnici, ciascuno dei quali ha un suo territorio, lingua e identità etnica o nazionale. Ogni gruppo etnico ha notevoli differenze non solo a seconda delle lingue parlate, ma anche a seconda delle regioni, della religione, dello stato sociale.
La civiltà occidentale si è formata sul principio della soppressione del diverso o per espulsione o per assimilazione. Ma oggi la vita dell’Europa è destinata ad essere scossa dai suoi millenari fondamenti: gli esclusi, gli emarginati, i periferici reclamano il loro posto come individui, vogliono partecipare in prima persona alla costruzione del mondo del domani. Masse d’uomini premono oggi alle porte dell’Europa: sarebbe miopia chiamarli “barbari” solo a causa di particolarità linguistiche. Essi sono gli europei di domani.
Una convivenza pacifica è impensabile se non si parte dal principio che la diversità è valore, risorsa, diritto, nel senso di portare i rapporti umani e inter-istituzionali, nell’ambito pubblico e privato.
Il concepire le altre culture come portatrici di modalità di riposta alternative a problemi comuni è un passo imprescindibile per costruire un futuro comune inteso come convivenza pacifica.
A fronte della paura, degli orrori consumati e reiterati e della tentazione di assuefarsi ad essi, la responsabilità di chi lavora nel sociale si allarga ma c’è il rischio di annegare nel senso di impotenza, di ritirarsi in malinconiche routines ripetute un giorno dopo l’altro a occhi chiusi e orecchie tappate, di arroccarsi in piccole e fragilissime isole, felici o meno.

 
< Prec.   Pros. >
Menu Principale
Home
Noi
Le Missioni
Progetto Barra Nova
Sostieni i progetti
Adozione a distanza
Bomboniere solidali
Bacheca
Documenti
Foto e Video
Cerca
Link utili
Contatti
Siti Amici
Ad